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ome san Francesco liberò uno de' suoi frati dal dimonio
tando una volta San Francesco
nel luogo di Porziuncola, vide per divina rivelazione tutto il detto luogo intorniato et assediato da dimonja, come da uno grande esercito di gente d'arme;
ma nullo di loro poteva però entrare dentro, però che quelli frati erano di
tanta santità, che i dimonii non avevano ad cui entrare. Ma, perseverando
così, uno di quelli frati si scandalezzò con un altro, pensando in suo cuore
come accusar lo potesse et farne sua vendetta. Onde, essendo costui in questo
mal pensiero, il dimonio, avendo l'entrata aperta, entrò nel luogo et posesi
sul collo del frate.
uesto veduto il sollicito
pastore - quale vegghiava di continuo sopra la gregge sua - come il lupo ad
divorare la pecorella sua era entrato, subito fece chiamare ad sè quel frate,
al quale comandò che di presente dovesse scoprire il veleno de l'odio concepito
contra il prossimo, per lo quale s'era messo in mani del dimonio. Impaurito il
frate, vedutosi così compreso dal padre santo, scoperse omni veleno et omni
rancore, et riconobbe la colpa sua, humilmente domandando misericordia et
penitentia.
ssoluto poi et riceùto la
penitentia, subito, dinanzi a san Francesco, il dimonio si partì. El frate,
così liberato dalle mani della crudel bestia per bontà del buon pastore,
ringraziò Iddio et ritornò ammaestrato et corretto alla gregge del santo et
buono pastore et padre, vivendo in grande humiltà et santità. A laude di Iesu
Cristo crocifisso.
ome
san Francesco si fece dare certe tortore da uno iovane
no
iovane aveva preso un dì molte tortore, quali portando a vendere, si scontrò
in San Francesco, il quale aveva sempre alli animali singulare pietà, massime
alli animali mansueti.
erò
riguardando quelli uccelli con gli occhi pietosi et mansueti, disse: "O
iovane da bene, priegoti darmi queste tortore, chè uccelli sì innocenti - che
sono assimilate ad l'anime caste, humili et fideli - non vengano ad mano di
crudeli, et siano malamente uccise.
ubito
il iovane, ispirato da Dio, liel diede. Ricevute che l'ebbe in grembo, cominciò
dolcemente a parlare con loro: "O sorelle mie tortore semplici innocenti et
caste, perchè voi vi lasciate così pigliare? Or ecco, scampare vi voglio dalla
morte, et farvi nidi, acciò che facciate frutto, come comandato da Dio.
Crescete, moltiplicate, ringraziate il vostro Creatore, et riempite la terra.
nde
a tutte fece nido, et, usandovi,cominciarono a far de l'uova, poi de' figliuoli
innanzi a' frati. Et così
dimesticamente usavano et stavano con san Francesco et con li altri frati, come
se fossino state galline, sempre notricate da loro, nè mai si partivano fino
che san Francesco con sua benedizione die' loro licenzia che si partissino.
l
iovane che liel diede, disse: "Figliuolo, tu sarai ancora frate di questo
ordine, et graziosamente servirai a Iesu Cristo". Così fu, perchè il
detto iovane si fece poi frate, et gran tempo santamente ne l'ordine
visse. A laude di Iesu Cristo.
sempio di pazienzia et altre cose: san
Francesco con frate Lione
enendo san Francesco una volta da Perugia ad santa Maria degli Angeli con frate Lione ad tempo di verno, et essendo il freddo molto grande in modo che fortemente li crociava, chiamò frate Lione che andava un poco innanzi et disse: "O frate Lione, avvegnadio che frati minori in omni terra diano buona edificazione et grande rsempio di santità, niente meno diligentemente scrivi et nota che non è quivi perfetta letizia".
tato un poco, san Francesco lo chiama la seconda volta: "O frate Lione, benchè il frate minore allumini ciechi, distenda gl'attratti. cacci le dimonia, renda l'udire a' sordi, l'andare a' zoppi, il parlare a' mutoli et (ch'è molto maggior cosa) resusciti li morti di quattro dì: scrivi che non è in ciò perfetta letizia".
ndati un poco, san Francesco grida forte: "O frate Lione, se 'l frate minore sapesse tutte le lingue, tutte le scienzie et tutte le scritture: sapesse profetare et rivelare non solamente le cose future, ma eziandio i secreti delle conscienzie et cuori delli huomini: scrivi che non è in ciò perfetta letizia".
ndando un poco, san Francesco chiama forte; "O frate Lione, pecorella di Dio, benchè il frate minore parlasse con lingua d'angelo et sappi i corsi delle stelle et le virtù de l'erbe, et fossino rivelatili tutti i tesori della terra, et conoscesse le virtù delli uccelli, de' pesci et di tutti li animali et degli huomini, delli alberi, delle pietre, delle radici et de l'acqua: scrivi che qui non è perfetta letizia".
ndando un altro poco. san Francesco chiama forte: "O frate Lione, benchè il frate minore sapesse ben predicare, chè convertisse tutti l'infedeli alla vera fede di Iesu Cristo: scrivi che qui non è perfetta carità et letizia".
urando questo modo di parlare ben per l'andare di due miglia, frate Lione con grande ammirazione disse domandando: "Padre, io ti priego da parte di Dio che ti sia piacere dirmi dove è perfetta letizia". Rispose san Francesco: "Quando giungeremo stasera ad santa Maria degli Angeli bagnati tutti per la piova et agghiacciati di freddo, infangati di loto e di fame afflitti, picchiando la porta del luogo, il portinaio verrà adirato dicendo: Chi siete voi? ", diremo "Siamo due de' vostri frati". Dirà: "Voi non dite vero, ma siete ribaldi che andate ingannando il mondo et rubando le limosine deì poveri: andate via". Et non ci aprirà, ma ci farà stare di fuori all'acqua ed alla neve, colla fame, fino ad notte. Allora, se noi tante iniurie, tanta crudeltà et tanti commiati sosterremo con pazienzia senza turbazione et senza mormorare, et caritativamente et humilmente penseremo che quel portinaio di certo ci conosca, et che Iddio lo fa parlare contra di noi: scrivi, frate Lione, che qui è perfetta letizia. Et se noi perseveriamo pur picchiando, elli uscirà turbato et come gaglioffi et importuni ei caccerà con villanie et guanciate, dicendo: "Partitevi di qui, vilissimi ribaldi et ladroni; andate allo spedale, che non mangerete qui, nè albergherete"; se questo pazientemente sosterremo con allegrezza et buono amore: scrivi, frate Lione, che qui è perfetta letizia. Et se noi, pur costretti dalla fame, dal freddo e dalla notte, picchieremo et pregheremo con gran pianto per l'amor di Dio, che ci apra et mettaci pur dentro, et lui scandalezzato dirà: "Costoro son gaglioffi importuni: io li pagherò come meritano". Et uscirà fuori con un bastone pieno di nodi, pigliandoci pel cappuccio, gittandosi in terra, et involgeracci per la neve, battendoci ad nodo ad nodo con quel bastone; se tutte queste cose pazientemente sosterremo con allegrezza, pensando le pene di Iesu Cristo, benedetto quali sostener dovemo per amor suo: frate Lione, scrivi che in questo è perfetta letizia.
t però odi la conclusione, frate Lione. Fra tutte le grazie et doni dello Spirito Santo, li quali concede Iddio alli amici suoi, il maggiore è di vincere sè medesimo, et per amore di Iesu Cristo sostenere pene, iniurie, obbrobri et disagi. Però che in tutti li altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, perchè non sono nostri, ma da Dio. Onde l'apostolo dice:"Che hai tu che non l'abbi da Dio! Et se da lui aùto l'ài perchè adunque te ne glorii come l'avessi da te? Ma nella croce delle tribulazioni et delle afflizioni bene ci possiamo gloriare, però che questo è nostro. Però l'apostolo dice: "Io non mi voglio gloriare se non nella croce di nostro Signore Iesu Cristo". Al qual sia sempre honore et gloria in "saecula saeculorum. Amen".
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