Il Tempo che scorre

 

del tempo...

 

 

 

 

 

 

I brani che seguono sono tratti dal libro edito dalla BUR nella collana " classici della BUR": SANT''AGOSTINO  - LE CONFESSIONI, e vertono sulla sostanza del Tempo. Essi fanno parte del LIBRO UNDICESIMO , hanno inizio con il capitolo X, e si concludono con il capitolo XXXI.

Vi invito caldamente, fratelli miei, a leggere con attenzione (cosa che potrete fare più agevolmente su una edizione integrale delle "Confessioni") e senza stancarvi questo studio del Vescovo d'Ippona: è tale la vastità del suo pensiero, da coinvolgere la vostra  mente tanto da farvi percepire dimensioni che si affacciano sull'infinito e verso l'eternità. Il genio di sant'Agostino, seppure condizionato dalle conoscenze dell'epoca (come il Sole che si muove  "da oriente ad occidente"...) precorre di molti secoli le scoperte di Plank e, più di recente, le conferme che vengono dalla moderna fisica nucleare e ondulatoria. Con una differenza importante: sant'Agostino ha "compreso"  qual è la vera sostanza del Tempo; mentre la nostra scienza sta ancora cercando di districarsi dalla ragnatela costituita  dall'inconsistenza, dall'effimero, dall'inafferrabilità della materia E non sorprende affatto che ciò abbia portato ad ipotizzare l'inesistenza stessa della materia. Einstein  l'aveva ben intuito, quando ebbe a dire :"Dio non gioca ai dadi".

La versione qui riportata dei capitoli citati, è integrale. 

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Sant'Agostino

Sommario

 

Indice segnalibro

 

La Creazione non indica mutamento?

Iddio prima della creazione

Il Tempo è nell'ordine delle cose create

Natura del Tempo

Misurazione del Tempo

Soltanto il presente

Passato e futuro esistono?

Conoscenza del passato e del futuro

La luce verrà da Dio

Quanti sono i tempi?

Richiesta dell'aiuto divino

Il Tempo non è il moto degli astri

Il Tempo misura il moto

Confessione di ignoranza

La misura del Tempo

La misura del Tempo e la memoria

La misura del Tempo è nell'anima

Oltre il Tempo, verso Dio

Iddio è fuori del Tempo

" In Principio "

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO X

Una obiezione: La Creazione non implica mutamento?

Ma ecco che alcuni, pieni della loro vecchiezza, ci dicono: "Che cosa faceva Iddio prima di creare il cielo e la terra? Se era inoperoso, se non creava, perchè non si è astenuto dall'azione anche in seguito, come si era astenuto prima? Se si ebbe in Dio quel nuovo moto e quella volontà nuova di dare l'esistenza a qualche cosa a cui non l'aveva mai data, come si può chiamare vera eternità quella in cui sorge una volontà che non c'era? La volontà di Dio infatti non è una creatura, ma precede la creazione, e nulla si creerebbe se non precedesse la volontà del creatore. Dunque la volontà di Dio è la stessa sua sostanza. Ma se nella sostanza divina ebbe principio qualche cosa che prima non esisteva, non si può affermare con verità che quella sostanza è eterna. Se poi era nella sempiterna volontà di Dio che le creature esistessero, perchè le  creature non sono anch'esse eterne?".

 

Chi parla così non ha ancora compreso, o Sapienza di Dio, o luce delle intelligenze; non ha ancora compreso in qual modo comincino a sussistere le cose che vengono fatte da Te e in Te: tende alla conoscenza della verità eterna, mentre il suo cuore ondeggia fra il passato e il futuro, sempre vacuo.

Chi riuscirà a trattenerlo quel cuore, a fissarlo un poco in stabilità, sicché un poco s'accenda del fulgore della stabilità eterna, e, mettendo questa a confronto con i tempi sempre instabili, veda che nessun confronto si può fare, e veda che un tempo lungo non può esser lungo se non per una moltitudine di istanti che si succedono, e non simultanei? Ed ancora: che nell'eterno, invece, non c'è successione, ma tutto è presente, mentre il tempo non può mai essere tutto presente; e veda che, sempre, il passato è spinto innanzi dal futuro, e il futuro tien dietro al passato, e che, sempre, passato e futuro hanno il loro essere o il loro corso da ciò che è sempre presente? Chi riuscirà a fissarlo il cuore dell'uomo, in modo che capisca come l'eternità non avente passato nè futuro, ma sempre stabile, determini il passato e il futuro? Forse che potrebbe riuscirvi la mia mano, forse può arrivare a tanto la mano della mia bocca, la parola?

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO XII

Iddio prima della Creazione

 

Ed eccomi a rispondere a chi domanda: "Che cosa faceva Iddio prima di creare il cielo e la terra?". Non darò la risposta di quel tale che, per eludere con un motto di spirito la difficoltà della domanda, disse: "Preparava l'inferno per coloro che vogliono scrutare il cielo".

Altra cosa è comprendere, altra cosa scherzare. Non è dunque quella la mia risposta. Preferirei dire: "Non so", se non so, al cavarmela con un motto che metta in ridicolo chi fa una domanda profonda e dia lode a chi dà una risposta sbagliata.

Invece affermo che Tu, o nostro Iddio, sei il creatore di tutta quanta la creazione: e se con le parole cielo e terra si intende tutto ciò che è stato creato, affermo francamente: "Prima di creare il cielo e la terra, Iddio non faceva nulla".  Se avesse fatto qualcosa, che cosa poteva essere se non una creatura? E almeno io avessi la stessa certezza delle altre nozioni che sarei contento di conoscere, come ho la certezza che prima della creazione non esisteva alcuna creatura!

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CAPITOLO  XIII

Il Tempo è nell'ordine delle cose create

Se poi qualcuno, leggiero di mente, vuol risalire a ritroso le immagini dei tempi, e si maraviglia che Tu, Dio onnipotente, onnicreante, onnireggente, artefice del cielo e della terra, ti sii astenuto per secoli innumerevoli dal por mano ad un'opera così grandiosa, apra bene gli occhi e si convinca che la sua maraviglia manca di base.

Donde avrebbero potuto incominciare a scorrere quegli innumerevoli secoli, che Tu non avresti fatto, Tu,  autore e principio  di tutti i secoli? Potevan forse esistere tempi non creati da Te? Come avrebbero potuto passare se non erano mai esistiti?

Se dunque sei Tu l'artefice di tutti i tempi, se esistessero tempi prima della creazione del cielo e della terra, come si può dire che eri inoperoso? Proprio quei tempi Tu li avevi creati, nè potevano passare tempi prima che Tu li avessi fatti. Se poi prima del cielo e della terra il tempo non esisteva, a qual titolo si domanda che cosa facevi allora? non esistendo il tempo, non esisteva nemmeno un "allora".

E nemmeno si può dire che Tu precedi i tempi nel tempo: chè non avresti preceduto tutti i tempi. Invece precedi tutto il passato nell'immensità della eternità sempre presente, domini tutto il futuro, il quale appunto perchè futuro, appena arrivato, sarà passato: ma  "Tu rimani lo stesso, i tuoi anni non avranno fine". Essi non vanno, non vengono: questi nostri vanno e vengono, perchè vengano tutti. Gli anni tuoi sono tutti in un punto, perchè immobili, nè quelli che passano sono spinti via dai sopravvenienti, perchè non passano: i nostri saranno tutti quando non saranno più. Gli anni tuoi sono un giorno solo, e il tuo giorno non è l'ogni giorno, ma l'oggi, perchè il tuo oggi non si annulla nel domani, come non succede ad un ieri. Il tuo oggi è l'eternità, e quindi coeterno generasti colui a cui hai detto: "Io ti ho generato oggi": Tu hai creato tutti i tempi e tutti li precedi: non si può parlare di tempo quando il tempo non esisteva.

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  XIV

Natura del tempo

Non si può dunque parlare di un tempo in cui Tu sia rimasto inoperoso, perchè il  tempo l'hai creato Tu: e non si può parlare di tempi coeterni  con Te, perchè Tu permani, ed essi, se permanessero, non sarebbero più tempi. Che cosa è infatti il tempo?  Chi potrebbe darne una breve e facile definizione? Chi ne capirà tanto, almeno con il pensiero,, da poterne poi far parola? Ed invece, vi ha una nozione più familiare, più nota, nel parlare comune, del tempo? Certo, quando ne parliamo, sappiamo che cosa intendiamo, e lo sappiamo anche quando ne sentiamo parlare gli altri.

Che cosa è, allora, il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so: eppure posso affermare con sicurezza di sapere che se nulla passasse, non esisterebbe un passato; se nulla sopraggiungesse, non vi sarebbe un futuro: se nulla esistesse, non vi sarebbe un presente.

Passato e futuro: ma codesti due tempi in che senso esistono, dal momento che il passato non esiste più, che il futuro non esiste ancora? E il presente, alla sua volta, se rimanesse sempre presente e non tramontasse nel passato, non sarebbe tempo, ma eternità. Se dunque il presente, perchè sia tempo, deve tramontare nel passato, in che senso si può dire che esiste, se sua condizione all'esistenza è quella di cessare dall'esistere; se cioè non possiamo dire che in tanto il tempo esiste in quanto tende a non esistere?

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CAPITOLO  XV   

Misurazione del tempo

Con tutto ciò, noi parliamo di tempo lungo e di tempo breve, ma sempre riguardo al passato e al futuro. Così, per esempio, diciamo lungo un tempo passato da cento anni; come diciamo lungo un tempo futuro che sarà fra cento anni: breve tempo passato, diremo, quello di dieci giorni fa, e così per il futuro. Ma come può essere lungo o breve quello che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Non si dica più dunque: "E' lungo"; ma si dica: "Fu lungo", per il passato, e: "Sarà lungo", per il futuro.

O mio Signore e mia luce, anche qui, forse, la tua verità si fa beffe dell'uomo? Un tempo passato, che diciamo lungo, fu lungo quando era già passato o quando ancora era presente?  perchè non poteva essere lungo se non in quanto esisteva qualche cosa che potesse essere lunga: ma il passato, come tale, non esisteva; non poteva dunque essere lungo.

Non è quindi esatto dire: "Quel tempo passato fu lungo", non trovandosi in esso niente che fosse suscettibile di essere lungo. Una volta passato, non è più. Dovremmo dire invece: "fu lungo quel tempo presente", poichè era lungo solo in quanto era presente. Non era ancora passato al non essere; c'era possibilità che fosse lungo: ma una volta passato, cessò di essere lungo, avendo cessato di esistere.

Vediamo un pò ora, o anima umana, se possa essere lungo il tempo presente; hai ricevuto infatti il potere di sentire e di misurare la durata. Che cosa mi risponderai? Cento anni presenti sono forse un tempo lungo? Esamina prima se possano essere presenti cento anni. Se sta passando il primo di essi, questo è presente, ma gli altri novantanove sono futuri, dunque non esistono ancora; se si tratta dell'anno numero due, uno è passato, il secondo è presente, tutti gli altri futuri. Così è per tutti  gli anni intermedi; qualunque tu prenda, da una parte stanno quelli passati, dall'altra i futuri. Dunque cento anni non possono essere presenti.

Vedi un pò se almeno dell'anno in corso si possa dire che è presente. Se siamo nel primo mese, tutti gli altri sono futuri; se nel secondo, il primo è nel passato, tutti gli altri nel futuro. Neanche dell'anno che sta passando si può dire che è tutto presente: se non è presente tutto, l'anno non è presente. I suoi mesi sono dodici, e ciascuno di essi mentre è in corso è presente; gli altri sono passati o futuri.

Del resto, nemmeno quando sta passando, si può dire di un mese che è presente: presente è un giorno; se è il primo, futuri gli altri, se l'ultimo, passati gli altri; se intermedio, tra passati e futuri.

Ed ecco, quel tempo presente, il solo a cui possa convenire il termine di "lungo", è ridotto alla durata di una sola giornata. Ma sottoponiamo ad esame anche questa, perchè neanche di un giorno si può dire che sia presente tutto. Esso è formato, tra giorno e notte, di ventiquattro ore: per la prima tutte le altre sono future, per l'ultima tutte le altre sono passate, per l'intermedia un pò sono passate, un pò future. Ed anche l'ora si svolge in istanti fuggitivi; quello volato via è passato, quello che gli resta è futuro. Se possiamo farci un'idea del tempo, quel solo punto si può chiamare presente che non si può più suddividere in particelle, per quanto piccolissime: ma anche quel punto trasvola così rapidamente dal futuro al passato, da non avere estensione alcuna di durata. Chè, se l'avesse, sarebbe divisibile in passato e in futuro: il presente invece non ammette estensione.

Dov'è,allora, un tempo che si possa chiamare lungo? Il futuro, forse? Ma per esso noi usiamo tale espressione, perchè non esiste ancora ciò che può essere lungo: diciamo, invece: "Sarà lungo". Quando sarà lungo? Quando sarà ancora futuro? No, perchè non esiste ancora quello che dovrebbe essere "lungo". O quando dal futuro - che non è ancora - ha incominciato e sia diventato presente? Da quanto si è detto sopra, il presente proclama di non poter essere un tempo lungo.

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  XVI

Si può misurare soltanto il presente

Eppure, Signore, noi possiamo distinguere gli intervalli dei tempi e paragonarli tra loro; e diciamo che alcuni sono più lunghi, altri più brevi. Misuriamo pure quanto questo o quel tempo sia  più lungo o più breve: e rispondiamo che quello è il doppio o il triplo, questo semplice o tanto quanto quello. Ma noi possiamo misurare il tempo che passa, e lo misuriamo per la percezione che ne abbiamo. Ora, chi può misurare il passato, che non esiste più, o il futuro che non esiste ancora? A meno che uno osi affermare che si può percepire e misurare il non esistente. Dunque si può avere la percezione e misurare il tempo quando sta passando, ma quando è passato non è possibile, perchè non esiste.

 

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CAPITOLO  XVII

Passato e futuro esistono

Ed ora, qui, o Padre, non affermo, vado cercando: o mio Dio, assistimi, sorreggimi.

C'è chi voglia dimostrarmi che non esistono tre forme del tempo, come abbiamo imparato da fanciulli e come abbiamo insegnato ai fanciulli, e ciè il passato, il presente, il futuro, ma che solo il presente sia tempo, poichè gli altri due non esistono? O forse esistono anch'essi, e il tempo, quando da futuro diventa presente esce da qualche occulto recesso, per ritirarsi in qualche occulto recesso quando da presente diventa passato? E quelli che hanno preannunziato avvenimenti futuri dove li videro se non esistevano ancora? Quello che non c'è, non si può certo vedere. E quelli che narrano avvenimenti passati non racconterebbero cose vere, se non le vedessero con la loro mente: e non potrebbero assolutamente essere viste, se non esistessero.

Esistono dunque anche il passato e il futuro.

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CAPITOLO  XVIII

Conoscenza del passato e del futuro

Permettimi di approfondire alquanto le mie ricerche, o Signore, mia speranza; fà che in questo mio proposito io non mi lasci sviare.

Se futuro e passato esistono, vorrei sapere dove hanno sede. Se per ora non ci riesco, so però che, dovunque siano, non vi sono come futuro e passato, ma come presente; perchè se anche là sono come futuro o come passato, o non vi sono ancora o non vi sono più. Quindi, dovunque siano, comunque siano non vi sono che in forma di presente. Però, quando si raccontano avvenimenti passati veri, non si tiran fuori dlla memoria gli avvenimenti in se stessi, ma espressioni formate dalle loro immagini che si sono impresse a guisa di orme nell'animo per mezzo dei sensi. Così, la mia fanciullezza non esiste  più se non in un tempo passato, che non esiste più; ma, quando la rievoco e ne parlo, io ne vedo l'immagine nel presente, perchè essa è ancora nella mia memoria.

Devo invece confessare, o mio Dio, che proprio non so se nella predizione del futuro, il fenomeno si svolga nello stesso modo; se, cioè, le immagini delle cose non ancora esistenti siano presentite come già tali. So tuttavia che noi di solito pensiamo prima a nostre azioni future; che codesta anticipazione di pensiero è presente, mentre l'azione premeditata non esiste ancora, perchè futura: quando invece vi ci saremo applicati e realizzeremo quanto avevamo pensato, quell'azione non sarà più futura, allora, ma presente.

In qualunque modo avvenga codesto arcano presentimento del futuro, è certo che non si può vedere se non quello che esiste. Ma ciò che esiste  è il presente, non il futuro. Perciò quando si dice che si vede il futuro, non si vede il futuro in se stesso, che non esiste ancora, ma si vedono forse cause o indizi suoi, già esistenti; non il futuro, dunque, ma il presente appare alla nostra vista, e grazie ad esso possono venire preannunziate cose future, concepite con  lo spirito: forme concepite che già esistono, e che predice il futuro le intravede come presenti.

Mi aiuterò con un esempio, scelto fra i tanti.

Io vedo l'aurora: preannuncio il levar del sole: ciò che vedo è presente, ciò che preannuncio è futuro; non il sole è futuro; esso esiste già; ma il suo sorgere, che è futuro; sorgere però che io, se non ne avessi l'immagine nell'animo, non potrei certo predire. Ma nemmeno l'aurora che vedo in cielo è il sorgere del sole, quantunque lo preceda, e nemmeno lo è l'immagine del mio animo: ambedue sono visti nel presente perchè si possa preannunciare il futuro. Il futuro dunque non c'è ancora; se non c'è ancora, non esiste; se non esiste, non si può assolutamente vedere; ma si può preannunciarlo dai segni presenti, che già esistono e si possono vedere.

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CAPITOLO  XIX

La luce verrà da Dio                                                

O Tu che regni su tutta la tua creazione, per quali vie fai conoscere alle anime gli avvenimenti futuri? I tuoi Profeti, infatti, li appresero. Se per Te niente è futuro, per quali vie ci fai conoscere il futuro? O, invece, insegni segni presenti premonitori del futuro? Quello che non esiste, infatti, non si può nemmeno insegnare. Sono vie troppo lontane dalla mia forza visiva, che vi si smarrisce. Se però non vi posso da me, lo potrò per mezzo tuo, quando Tu vorrai concedermelo, o dolce luce degli occhi della mia anima.

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  XX

Quanti sono i tempi?

Risulta dunque chiaro che futuro e passato non esistono, e che impropriamente si dice: "Tre sono i tempi: il passato, il presente e il futuro". Più esatto, sarebbe dire: "Tre sono i tempi: il presente del passato, il presente del presente, il presente del futuro". Queste ultime tre forme esistono nell'anima, nè vedo possibilità altrove:  il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l'intuizione diretta, il presente del futuro è l'attesa. Se mi si consente questa terminologia, vedo anch'io ed ammetto tre tempi: sono tre.

Del resto si dica pure, come vuole abusivamente la consuetudine, che i tempi sono tre: il passato, il presente, il futuro; si dica pure. Non me ne importa, non faccio opposizione, non biasimo; purchè ci si intenda su quello che si dice e non si sostenga che hanno una esistenza il futuro e il passato.

Raramente parliamo con proprietà di linguaggio; per lo più usiamo termini impropri, pur intendendo quello che si vuol dire.

 

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CAPITOLO  XXI

Non si misura che il presente

Ho detto un pò sopra che  noi misuriamo il tempo al suo passaggio, in modo che si può dire di un lasso di tempo che è doppio rispetto ad un altro,  o uguale rispetto ad un altro, e che qualsiasi frazione di tempo si può specificare misurandola.

Per cui, dicevo,  misuriamo il tempo quando passa. Che se mi si domandasse: "Come lo sai?", risponderei : "Lo so, perchè lo misuro, mentre non si possono misurare le cose che non esistono; e passato e futuro non esistono". Come però si può misurare il tempo presente che non ha estensione?  Lo misuriamo appunto quando passa: quando poi è passato, non si misura più, non essendovi una entità da misurare. Ma quando lo misuriamo, donde viene, per dove passa, donde va? Donde? ma dal futuro; per dove? nel presente; dove? ma nel passato! Ossia: da ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha spazio, in ciò che non esiste più. D'altronde, che cosa misuriamo, se non il tempo in determinati spazi? Quando diciamo tempo semplice, tempo doppio o triplo o uguale, o qualsiasi altra frazione del tempo, che cosa vogliamo indicare se non spazi di tempo? In quale spazio, però, noi misuriamo il tempo che passa? Forse nel futuro da cui viene? Ma quello che ancora non è non si misura. Forse nel presente, nel quale sta passando? Ma ciò che non ha spazio non si misura. Forse nel passato, in cui va a finire? Ma quello che non esiste più non si misura.

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CAPITOLO  XXII

Richiesta dell'aiuto divino

Il mio spirito è stato preso da un ardente desiderio di risolvere questo enigma tanto complicato! O mio Iddio e Signore, a buon Padre, Te ne scongiuro per il Cristo, non tener chiusa al mio desiderio la spiegazione di questi problemi così usitati e pur così oscuri; non impedirmi di penetrarvi e di dilucidarli, o Signore; mi sia luce la tua bontà. Chi mai potrei interrogare in proposito? A chi confesserò più utilmente la mia insufficienza, se non a Te, che non disdegni l'ardente zelo con cui mi applico alle Tue scritture?Dammi ciò che amo: chè io amo, e Tu me lo hai concesso. O Padre che veramente sai elargire buoni doni ai tuoi figlioli, dammi, dammi questa grazia, poichè mi sono assunto questo studio e, fin tanto che Tu non mi apra, la mia fatica mi sta di fronte. Te ne scongiuro per il Cristo; in nome del Santo dei Santi, nessuno mi sia di impedimento. Anch'io ho creduto, ed è per questo che parlo. Questa è la mia speranza, questa mi dà vita, sicchè io giunga a contemplare le gioie del Signore. Ecco: Tu hai portato a vecchiezza i miei giorni: essi passano: e come passino lo ignoro.

E sempre noi parliamo di tempo e di periodi di tempi; e diciamo: "Per tutto il tempo in cui egli disse ciò". "Per tutto il tempo in cui lo ha fatto". E: "Da quanto tempo non ho veduto la tal cosa". E: "Questa sillaba dura un tempo doppio di quell'altra che è breve". Così diciamo, così sentiamo: e siamo capiti e comprendiamo. Sono termini chiarissimi e comunissimi: eppure proprio gli stessi sono pieni di oscurità; decifrarli può essere una cosa nuova.

 

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CAPITOLO  XXIII

Il Tempo non è il moto degli astri

Sentii una volta affermare da una persona colta che il tempo, propriamente, è il moto del sole, della luna e degli astri; ma non posso ammetterlo. Perchè, anzi, non si dovrebbe dire che il tempo è il movimento di tutti i corpi? Se si fermassero i luminari celesti e continuasse a girare la ruota del vasaio, non vi sarebbe più il tempo con cui misurare quei giri, sì da dire che si tratta di un moto uniforme, o invece, se si movesse un pò più lenta o un pò più rapida, da dire che alcuni giri durano più, altri meno? E dicendo questo, non parleremmo anche noi nel tempo? il nostro dire non risulterebbe di sillabe lunghe e brevi, e tutto perchè quelle  si pronunziano in un tempo più lungo e queste in un tempo più breve?

O Dio, fà che gli uomini intendano da quel piccolo esempio le cognizioni comuni alle cose piccole e alle grandi. Vi sono gli astri e i luminari del cielo che segnano le stagioni, i giorni, gli anni, certo; e non io affermerò che il rotare di quel dischetto di legno sia il giorno; ma quel dotto non mi venga a dire che non è tempo.

Io, invece, voglio conoscere l'essenza, la natura del tempo che ci permette di misurare il moto dei corpi, per cui diciamo, per esempio, che un moto dura il doppio di un altro. Ed ecco una mia domanda. Ciò che si chiama giorno non è soltanto la durata del sole sulla terra - che determina la differenza tra giorno e notte - ma tutta la sua rotazione da un oriente all'altro, quello che ci fa dire: "Son passati tanti giorni" (e con quel "tanti giorni" s'intendono altrettanti notti, che non hanno un conteggio a parte); ebbene, io domando: se il giorno ha il suo compimento nel moto del sole rotante da oriente a oriente, esso giorno è il moto in sè? o è il tempo che dura quel moto? o l'uno e l'altro?

Nel primo caso (giorno = moto circolare del sole), noi avremmo sempre un giorno anche se il sole compisse tutto il suo giro nella durata di tempo di un'ora. Nel secondo caso (giorno = durata del moto), non si avrebbe un giorno se la durata tra iun sorgere del sole e un altro non fosse che di un'ora, ma il sole dovrebbe compiere ventiquattro giri perchè si compia un giorno. Nel terzo caso (giorno = moto del sole + durata del moto), non si potrebbe parlare di giorno se il sole compisse il suo giro in un'ora, nè se il sole si arrestasse tanto tempo quanto impiega a compiere il suo giro da una mattina all'altra.

Non mi indugerò oltre a stabilire che cosa sia propriamente il giorno, ma che cosa sia il tempo: di cui, quando misuriamo il giro del sole, si dovrebbe poter dire che è stato ridotto a metà del tempo solito, se la rivoluzione solare si fosse svolta tutta nello spazio di dodici ore, e, confrontando le due diverse durate, dire l'uno metà, l'altro doppio (rispetto al primo), nell'ipotesi che il sole compisse l'intero percorso da oriente a oriente, qualche volta nel primo, qualche volta nel secondo modo.

Non mi si venga dunque a dire che il tempo è il movimento dei corpi celesti. Del resto anche quando, per la preghiera di un uomo, il sole si fermò per dargli modo di condurre il combattimento alla vittoria, il sole era fermo, ma il tempo camminava: e quella battaglia fu condotta a fine nella durata di un tempo che le era necessaria.

Vedo dunque che il tempo è una specie di estensione. 

Ma lo vedo davvero? O credo di vederlo? Tu me lo chiarirai, o luce, o verità.

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  XXIV

Il Tempo misura il moto

Vuoi che trovi esatta l'affermazione che il moto di un corpo è il tempo? Non lo vuoi, perchè so, e Tu me lo dici, che un corpo non si muove se non nel tempo. Ma non credo, non lo dici già Tu, che proprio il moto di un corpo sia il tempo. Quando un corpo si muove, io posso misurare nel tempo tutta la durata del movimento, dal principio alla fine del moto. Se non ne ho visto il principio e continua a muoversi senza che io riesca a vedere quando si ferma, non ho mezzo per misurarne il moto, tranne forse dal momento in cui comincio al momento in cui cesso di osservarlo. Se l'osservo a lungo, posso dire solo che si tratta di un tempo lungo, ma non in quale misura, perchè la misura noi la esprimiamo con un confronto, come : "Tanto questo quanto quello" , oppure: "Questa durata è il doppio di quella", o con altre simili espressioni.

Se poi esso si muove con un moto circolare, come in un tornio, e possiamo osservare il punto dello spazio donde viene e dove tende il corpo o una delle sue parti, potremo anche stabilire la misura del tempo intercorso da un punto all'altro per il movimento del corpo o di una sua parte.

Se dunque il movimento di un corpo è ben altra cosa della sua durata, chi non vede quale di essi  si debba chiamare: tempo? Che se il corpo ora si muove ora sta fermo, noi misuriamo, ancora per mezzo del tempo, il periodo di stati, e diciamo: "La stasi è durata quanto il moto", oppure: "E' stato fermo un tempo doppio o triplo del tempo del moto", o tutte le altre determinazioni, compiute con esattezza o con approssimazione, o come si suol dire, più o meno. Dunque il tempo non è il moto dei corpi.

 

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CAPITOLO  XXV

Confessione di ignoranza

E pur devo confessarti, o Signore, che ancora non so che cosa sia il tempo, e confessarti di nuovo di sapere che quello che sto dicendo lo dico nel tempo, e che sto parlando del tempo da "molto", e questo "molto" non è molto se non per la durata del tempo. Come poi lo so, se non so che cosa sia il tempo? O invece non so come dire quello che so? Povero me, non so neppure che cosa ignoro. Son qui, alla Tua presenza, Signore; non dico menzogna, parlo secondo il cuore.  "Tu accenderai la mia lucerna, Signore e mio Dio, tu schiarirai le mie tenebre".

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  XXVI

La misura del Tempo

Non è forse nel vero la mia anima quando ti confessa di misurare il tempo? Ma allora, o Signore, misuro e non so quello che misuro. Misuro il moto di un corpo nel tempo. Non misuro dunque anche il tempo? Ma potrei misurare il moto di un corpo, la durata, la durata relativa da un punto all'altro , se non misurassi anche il tempo in cui avviene il moto?

Ma il tempo in sé come lo misuro? Misurando forse da un tempo più breve un tempo più lungo, come da quella di un cubito la lunghezza di una trave? Così si vede che misuriamo con la durata di una sillaba breve quella di una sillaba lunga, e diciamo che è doppia. Così misuriamo la lunghezza di un carme dai versi, e i versi dai piedi, e i piedi dalla lunghezza delle sillabe e la lunghezza delle lunghe da quella delle brevi: questo, però, non secondo le pagine, perchè in questo spazio misuriamo lo spazio, non il tempo, ma secondo il passar via delle parole: e diciamo: è una poesia lunga, perchè è formata da tanti versi; questi versi sono lunghi, perchè formati da tanti piedi; e lunghi i piedi se sono molte le sillabe; e lunga una sillaba se è doppia di una breve.

Con tutto questo, però, non si ha una misura precisa del tempo, perchè può accadere che un verso breve, pronunziato più lentamente, si senta per una durata maggiore di tempo che non un verso più lungo recitato più rapidamente. Il che vale per una poesia, per un piede, per una sillaba.

Di qui mi parve che il tempo non sia altro se non una estensione: di che cosa, poi, non lo so se non forse proprio dell'animo. Che cosa misuro infatti (te ne scongiuro, o mio Dio), se dico in modo indeterminato: "Questo tempo è più lungo di quello", o, in modo definito: "Questo tempo è doppio rispetto a quello"? Misuro il tempo, lo so; ma non misuro il futuro, che non esiste ancora; non misuro il presente, che non ha estensione, non misuro il passato, che ormai non esiste più. Che cosa misuro dunque? Il tempo al suo passaggio, non ancora passato? Così, infatti, avevo detto.

 

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CAPITOLO  XXVII

La misura del Tempo e la memoria

Insisti, o mia anima; intensifica la tua attenzione; Iddio è il nostro aiuto: Egli ha creato noi, non noi Lui. Sta' attenta, là dove albeggia la verità.

Ecco, per esempio, una voce incomincia a risonare, risuona, risuona ancora, ed ecco, si è taciuta, è sottentrato il silenzio, la voce è passata e non è più una voce.Prima di risonare, era futura, non si poteva misurare perchè ancora non esisteva, nè lo si può ora che non è più. Mentre risonava si poteva misurarla, perchè allora era suscettibile di misura. Però anche allora non era immobile: si svolgeva e passava via. Forse per questo era misurabile più facilmente? Nel suo svolgersi infatti essa si estendeva in un certo lasso di tempo che ne permetteva la misurazione: il presente, invero, non ha estensione.

Supponiamo adunque che allora si potesse: ed ecco, un altro suono incomincia a farsi sentire, e continua in ritmo uniforme, senza interruzione: misuriamolo mentre dura, perchè appena sarà cessato, sarà nel passato e non più misurabile. Misuriamolo bene e computiamone la durata. Ma il suono continua, e noi non possiamo misurarlo se non dal momento in cui è incominciato al momento in cui finisce. Quello che noi misuriamo, infatti, è proprio l'intervallo da un inizio ad una fine. Il suono che non è ancora cessato non può essere misurato, sì da poter dire quanto sia lungo o breve, nè se sia eguale, metà o doppio, e simili, di un altro. Ma quando è cessato, non è più. Con quale criterio, allora, si potrà misurare? Il tempo lo misuriamo, ma non prima che giunga, non quando è passato, non quello che non ha durata; infine non quando non è determinato da limiti. Dunque, noi non misuriamo il futuro, nè il passato, nè il presente, nè il tempo mentre passa: eppure misuriamo il tempo.

 "  Deus creator omnium  ": è un verso di otto sillabe in cui le brevi si alternano con le lunghe; le quattro brevi, cioè la pri,a la terza, la quinta, la settima, sono metà delle quattro lunghe: la seconda, la quarta, la sesta, l'ottava: ciascuna di queste, rispetto a ciascuna di quelle, dura un tempo doppio. Le pronunzio, le ripronunzio, ed è proprio così come è chiaramente percepito dal senso. Il senso mi dice chiaramente che misuro una sillaba lunga per mezzo di una sillaba breve e noto che quella è due volte tanto. Siccome però si pronunciano una dopo l'altra, se la prima è breve e quella che segue è lunga, come potrò tener ferma la breve e come, misurandola, la confronterò con la lunga per arguire che questa è due volte tanto, dal momento che la sillaba lunga non incomincia ad aver suono se non quando la breve non ne ha più? E anche la lunga, posso forse misurarla mentre è presente, quando, se non è finita, non posso ancora misurarla? Ma il suo finire è anche il suo cadere nel passato.

Che cosa misuro allora? dov'è la breve che mi serve di misura? Dove la lunga che voglio misurare?  Entrambe diedero il loro suono, volarono via, passarono, non sono più: ed io le misuro, e, con la sicurezza che ci può venire da un senso esercitato, dico che la prima, quanto alla durata del tempo, è la metà dell'altra. Ma non lo posso dire se non perchè sono passate, finite. Non esse dunque io misuro, ma un qualche cosa rimasto stampato nella mia memoria.

In te, o anima mia, misuro il tempo. Non disturbarmi; ossia, non disturbarmi con il tumulto delle tue impressioni. In te, io affermo, misuro il tempo. L'impressione lasciata in te dalle cose mentre passano e che dura anche quando esse sono passate, quella io misuro come presente, non le cose che, passando, ve la lasciarono: è dessa che io misuro quando misuro il tempo. E allora: o questo è il tempo, o io non misuro il tempo.

Quando poi misuriamo il silenzio e diciamo che quel determinato silenzio  è durato tanto quanto quel suono, non applichiamo forse il nostro pensiero alla misura del suono, come se il silenzio fosse un suono, per poter dare un'idea degli intervalli del silenzio nell'estensione del tempo? Cessa la voce, cessa la parola, ma noi riandiamo nel pensiero poesie, versi, discorsi, ogni sviluppo di movimenti, e possiamo valutare la durata relativa di ciascuno, non altrimenti che se la esprimessimo a parole.  Se uno vuole emettere un suono alquanto prolungato e se nel suo pensiero vuole precisarne la durata, costui percorre in silenzio quello spazio di tempo, e, affidandolo alla memoria, comincia a emettere quel suono che dura fino ad arrivare al termine prefisso: anzi è durato e durerà, poichè il suono già emesso è risonato, quello che rimane risonerà: e così si completa, a misura che la tensione presente fa passare il futuro nel passato: diminuisce il futuro, cresce il passato, finchè, esaurito il futuro, tutto diventa passato.

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  XXVIII

La misura del Tempo è nell'anima

Come, però, può diminuire o consumarsi il futuro che non esiste ancora, come può crescere il passato che non esiste più, se non perchè nella mente, in cui quel complesso ha il suo svolgimento, sussistono le tre forme?

L'animo attende, presta attenzione, ricorda: in modo che quello che attende, attraverso il suo sviluppo nel presente,  passi poi nel ricordo. Chi potrebbe negare che il futuro non esiste ancora? Ma nell'animo vive l'attesa del futuro. Chi potrebbe negare che il passato non esiste più? Ma nell'animo vive la memoria del passato. E chi negherà che il tempo presente manca di estensione perchè non è che un punto transeunte? Ma dura l'attenzione attraverso la quale  il futuro tende al passato. Non si può avere dunque un futuro lungo - non esiste ancora - ma il lungo futuro è la lunga attesa del futuro; non si può avere un passato lungo - non esiste più - ma il lungo passato è il lungo ricordo del passato.

Voglio recitare un carme che conosco: prima di incominciare dirigo tutta la mia attenzione all'insieme: una volta incominciato, quando ne vado cogliendo per trasferirlo nel passato, tanto ne entra nell'ambito della memoria, e il corso di questa mia attività si estende nella memoria per  la parte recitata e nell'attesa per quella da recitare: però è presente la mia attenzione che fa scorrere nel passato quello che era futuro. E, a mano a mano che il passaggio si sviluppa, tanto si accorcia l'attesa quanto si prolunga la memoria, finchè tutta l'attesa si esaurisce quando, ad azione finita, tutto è passato nella memoria. Quello che avviene del carme nel suo complesso, si verifica in tutte le sue parti, in ogni sillaba: e avviene anche in una attività più estesa di cui quel carme può essere un frammento; avviene in tutta quanta la vita dell'uomo, costituita da tante parti quante sono le azioni, avviene nel succedersi di tutte le umane generazioni, le cui parti sono tutte le singole vite degli uomini.

 

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CAPITOLO  XXIX

Oltre il Tempo, verso Dio

Poichè più cara che la vita è la tua grazia, e la mia vita è dissipazione, e la tua mano mi ha raccolto nel mio Signore, il Figliuol dell'uomo, mediatore fra Te, l'Unico, e noi, la moltitudine, mediatore dei molti attraverso molte vie, affinchè per Lui, a Colui mi stringa che in Lui mi ha stretto a sé, e, liberato dai giorni antichi, mi raccolga nel seguito dell'Unico, dimentico del passato, non più rivolto alle cose future e transitorie, ma proteso verso ciò che mi sta davanti, non in dissipazione ma in tensione di spirito - io Lo seguo a cogliere la palma della celeste chiamata, là dove ascolterò il canto delle lodi, contemplerò il tuo gaudio che non ha futuro nè passato.

Per ora la mia vita scorre nell'afflizione e Tu, mio conforto, sei il mio Padre eterno: io invece mi sono dissipato nella successione dei tempi che non conosco: di modo che il mio pensiero, intimo recesso della mia anima, viene smembrato dal tumulto delle vicende, fino a che purgato e sciolto nel fuoco del tuo amore, io mi immergerò in Te.

 

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CAPITOLO  XXX

Iddio è fuori del Tempo

Solidamente basato su Te, sulla tua verità che è la forma della mia mente, io non tollererò più  le domande di uomini che per una colpevole morbosità vogliono bere più di quello che possono, e dicono: "Che cosa faceva Iddio prima di creare il cielo e la terra? ", oppure: "Come gli venne in mente di creare qualche cosa, non avendo mai fatto nulla per l'innanzi? ".

Dà loro, o Signore, di riflettere su quello che dicono, di capire che non si piò paarlare di un "mai" dove il tempo non esiste. Perché il dire che qualcuno non ha "mai" fatto nulla, non significa altro se non che uno non ha operato mai, in nessun tempo. E intendano dunque che non può esistere tempo se non esiste creatore, e la finiscano di blaterare così scioccamente. Volgano il loro pensiero "a ciò che sta loro davanti", e intendano Te, creatore eterno di tutti i tempi, prima di tutti i tempi, e che nessun tempo e nessuna creatura ti sono coeterni, anche se qualcuna fosse fuori del tempo.

 

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Sant'Agostino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO  XXXI

" In Principio "

Signore, mio Iddio, quale profondità nei tuoi recessi segreti, e quanto lontano da me ne hanno gettato le conseguenze dei miei errori| Risana i miei occhi; che io mi rallegri della tua luce! Certo, se vi fosse una intelligenza dotata di scienza e di prescienza così grandi da conoscere tutto il passato e tutto il futuro come a me è nota una qualunque notissima canzone, sarebbe davvero cosa oltremodo meravigliosa, da metter spavento: nulla ad essa rimarrebbe nascosto di quello che ha avuto il suo corso, di quello che lo avrà nei secoli, proprio come a me quando canto quella canzone non rimane nascosto nè qual parte si sia svolta dal principio nè quale e quanto manchi al finire. Lungi da me però l'idea che Tu, creatore dell'universo, creatore delle anime e dei corpi, conosca tutto il futuro e tutto il passato in codesta guisa. Ben più mirabile, ben più profonda è la tua scienza. Chi canta o sta ad ascoltare una canzone conosciuta è variamente mosso negli affetti e scosso nei sensi daqlla attesa di ciò che segue e nel ricordo di ciò che è stato eseguito: ma niente di simile avviene in Te, nell'immutabile tua eternità; in Te, vero eterno creatore delle intelligenze. Come "nel principio" Tu avevi la visione del cielo e della terra senza mutazione della tua scienza, così "nel principio" creasti il cielo e la terra senza successione di atti. Chi intende Ti glorifichi, e chi non intende Ti glorifichi! Quanto eccelso Tu! e tua abitazione sono i cuori umili! Tu risollevi chi è caduto e chi sta sulla tua altezza non cade.

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