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INDICE:
Canti dell'amicizia: E domani...
Parole, e segni, e immagini,
ringhiere alle nostre solitudini:
maschere di depistaggio
dalla strada verso il nudo
Essere:
certo, neppure da nominarsi,
appena da invocare
in silenzio:
là tu permani
oltre lo stesso Dio:
e io di qua
in muta attesa...
Mio male non è l'orrendo drago
che pure mi addenta e si avvinghia
su per il corpo come
il serpente sull'albero della vita.
Mio male è sapermi impotente
a dire il tuo dramma, mio Dio,
di fronte allo stesso male:
il tuo patire della nostra pena
di saperci così infelici.
E di non cantare con degni canti
la festa che fai quando
un bimbo è felice
e un disperato torna a sperare.
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A voi, figlie della notte
creature dei roveti
la mia lettera d'amore:
per quando, o sorelle,
sarete buttate
come un canovaccio:
verrò a raccogliervi
per fare di voi
il lino della Veronica
e del vostro pianto
il vino migliore
per la mia consacrazione

I miei ricordi di guerra. E il mio sacerdozio nella guerra. Quando braccato dai fascisti per una predica nel duomo di Milano: una predica sull'aspirazione dell'uomo verso la luce. Era il vangelo del cieco di Gerico che gridava verso il Cristo, perchè gli usasse pietà. E Gesù che gli chiede: "Cosa vuoi che ti faccia?". E il cieco a supplicarlo: "Signore, che io veda...". E io lanciato, con il vangelo in mano, dall'altare: proteso sulla folla (che domeniche!) a dire, a urlare: "Signore, che tutti vedano!". Che vedano i grandi e i fanciulli, giovani e anziani... Che veda la Chiesa, che veda il governo... Perchè se un cieco conduce un altro cieco... Eravamo in piena guerra, in quell'interminabile e assurda guerra.
Così, la porta della sacrestia del duomo è stata piantonata. Ma un sacrista è venuto sull'altare a dirmi di mettermi in salvo, a messa finita. Allora, mescolato alla folla, sono uscito per una porta laterale e sono corso verso la periferia a nascondermi presso una casa di amici, attraversando la città sepolta nella calura di luglio. E c'era gente, pochissima, come sono i pomeriggi estivi e domenicali di Milano, sdraiata al fresco nel parco. Poi, fra le macerie, i bambini che giocavano, e un profumo acutissimo di tigli che riempiva la casa...
Dove, appena entrato e saputa ogni cosa, gli amici - tanto per incoraggiarmi - mi danno quello che hanno, in attesa di prepararmi un po' di desinare. E mi offrono una meravigliosa pesca. Ancora più meravigliosa perchè eravamo in tempo di guerra; e io, così trafelato... Poi quei bambini sulle macerie; e quel profumo di tigli; e il mio stato d'animo: stanco per quella guerra che non finiva mai.
Così, appena addentata la pesca, ecco che mi viene ancora di cantare:
Senti che è di troppo
il sapore di una pesca
in questa povertà
di case diroccate;
Senti che non ti è lecito
provare questo dolciore
d'anima emigrata
dalla strada ferita
della tua umanità.
Sposato hai
una pena
di non sentire mai
dolcezza alcuna
che non sia di tutti;
e ora ti seduce
questo languore di tigli,
e ora vorresti
andartene in pace
in quest'orlo di città,
in queste ghirlande
di bimbi e dimenticare.
.................
.................
.................
......e il tuo sacerdozio
è un'oasi
ove essi hanno il diritto
d'approdare
dalle loro fatiche.

Dio, perfino i bambini!
Sempre e dovunque i bambini
sacrileghe vittime
dei nostri orgogli di adulti.
Ma forse tutti i soldati
sono bambini:
i soldati non sanno
non devono sapere,
è tolta loro la ragione.
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Aderire alla terra, Caino,
questa la tua sorte;
udirne il lamento da sotto
le tue orme violente;
cercare fuggendo l'Ombra
che ti incombe;
amare, odiando, invocare
tu, vivo cadavere, la morte.

Oh, non vi nascondo, mie
creature semplici, viti
scapigliate, o pomari!
Spesso mi vidi su queste
curve, sedotto
dalle vostre cure, da questa
liturgia dolce.
Noi siamo terra orante:
nostra sorella e nutrice
la terra, madre che ci germoglia
unitamente
alle eterne radici...
Alla fine, Signore, chiedevo
che ci bastasse un pane
cotto con le nostre mani.

Gesù, vincitore di ogni male
e della morte,
liberaci dalla tentazione
di cercarti soltanto nel cielo,
e donaci la capacità
di vederti in ogni essere.

Canti dell'amicizia: E domani...
Ve ne siete andati, amici.
Ora nuovamente solo
conto i vostri passi
(prima insieme a scendere
le scale, ad accomiatarci
sul sagrato, più tardi
possibile), e poi solo
a sentire i vostri motori
in corsa verso la pianura.
Solo, come ieri e come domani,
come questa notte di luna
sul colle così familiare e assente.
E' mezzanotte, è l'una,
per me è sempre mezzanotte
e sempre è l'una e le due
e poi l'alba.
Solo, per i secoli dei secoli amen.

gh